Leggere le fiabe ai bambini




È necessario offrire ai bambini la conoscenza delle leggi del cielo, prima che abbia il sopravvento una distorta visione del mondo.
Quest'ultima è il male, inteso non come demonio ma come tutta quella serie di false credenze che rendono l'essere umano uno schiavo quando, al contrario, nasce per essere un re.
Il male è l'ignoranza, cioè non sapere come funziona il microcosmo uomo nel macrocosmo universo. Male è la mancanza di fiducia in noi stessi, il vivere senza sapere quale missione abbiamo, quale grandezza potremmo raggiungere.
Male è la menzogna dei nostri presunti limiti, è ogni pensiero depotenziante che ci attraversa la mente.
Il bene si distingue dal male perché è verità, e la verità è sempre rivolta al bene.
Insegnare ai piccoli le leggi del cielo significa far loro il grande dono della verità del bene e renderli uomini liberi. La spiritualità non è religione né soltanto misticismo.
In realtà è un insieme di istruzioni pratiche.
 Queste istruzioni sono il cuore e il motivo delle fiabe che scrivo, delle quali, pur essendo artefice, sono anche allieva.

Grazia Catelli Siscar

Libro-Timoteo-Catelli








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Libro-Catelli-Principe-Mago












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Il magico volo della vita



Un giorno una farfalla stupendamente bella
vide una cavalla con finimenti e sella.
A mo’ di cavaliere volò sulla sua groppa
e dritta sul sedere urlò: «Dai su, galoppa!»
Chiese la giumenta, un po’ disorientata:
«Qualcosa ti tormenta? Sei forse spaventata?»
«Non voglio consumare le mie ali d’argento
nel troppo svolazzare di qua e di là nel vento!»
Poi, aggiunse ancora la farfalla vanitosa:
«L’acqua mi scolora se svolazzo senza posa!»
«Questa è proprio bella!» Nitrì la vecchia equina.
«Monti la mia sella inutilmente, che sciocchina!
Il vento fa l’amore mentre lieve ti accarezza,
hai così timore di provarne la dolcezza?
Pensa alla rugiada come perle di un forziere
posate sulla strada da un esperto gioielliere,
a nostro padre Sole che fa crescere foreste
a nostra madre Luna quando di magia le veste.
Ammirare il mare dai selvaggi scogli infranto,
assaporare l’aria della schiuma nello schianto,
sfrecciare su una vetta inesplorata, a te soltanto,
 a te che puoi volare è riservato questo incanto!
Illimitati cieli azzurri scendere e salire,
raccogliere i sussurri delle stelle all’imbrunire,
coi raggi del mattino e con le ombre della sera,
puoi fare nascondino mentre attendi primavera.

*Continua a leggere la filastrocca sul blog della Casa Editrice Anima.Tv

http://anima.tv/graziacatelli/2015/03/06/03-il-magico-volo-della-vita/

Leggere fiabe ai bambini



Creare magia per i nostri bambini significa partecipare al loro mondo stupefacente.
Penso alla bellezza di un momento, una sera, con candele accese intorno, forse qualche bastoncino d'incenso a inebriare l'aria, e un libro di favole, la calda voce narrante della mamma, del papà, del nonno, o di una tenera bambinaia...

Un tempo incantato che resterà per sempre nella memoria come gemma preziosa, come ricordo d'infanzia tra i più belli, capace di generare fiumi di fantasia e creatività.

Le menti dei bambini sono praterie sconfinate, e cieli infiniti e oceani immensi.
Possiamo donare pennelli e colori affinché dipingano la vita secondo il loro più profondo sentire. Sapranno materializzare una realtà di bellezza senza limiti, e non conosceranno limiti.

LA STORIA DELLA COCCINELLA E DEL TESORO NASCOSTO



Rossella era una coccinella garbata, amorevole e saggia. Abitava in un giardino insieme a tanti insetti, e alcuni di loro erano i suoi amici più cari. Come Lalla la farfalla, tanto svampita da volare spesso nella direzione sbagliata perché chissà dove aveva la testa, e poi bisognava andare a cercarla, altrimenti forse non avrebbe più trovato la strada di casa! Come Doriottero il coleottero, che vinceva sempre le gare di volo acrobatico: nessuno riusciva a salire più in alto di lui nel cielo azzurro. C'era Camillo il grillo, un vero chiacchierone; a volte bisognava zittirlo per non farsi rimbambire dal suo ininterrotto parlare! Ma le storie che raccontava erano davvero meravigliose, e tutti, all'imbrunire, si raccoglievano attorno a lui per ascoltare la favola della buonanotte. E poi Magno il ragno, un artista prodigioso: le sue tele erano esposte qua e là in giardino, e chiunque poteva ammirarne la complessa bellezza.


Gli amici adoravano Rossella per i suoi modi gentili, i buoni consigli che sapeva dare al bisogno e le sue divertenti barzellette. La cosa che più desiderava al mondo la coccinella era vivere sempre allegra e felice, sempre circondata da creature allegre e felici e sempre sotto la confortevole, allegra luce del sole.


Tuttavia, quel grande desiderio di bellezza e di armonia era anche il suo punto debole, il rovescio della medaglia: non poteva proprio sopportare le cose tristi, gli avvenimenti spiacevoli, insomma tutto ciò che nella vita si potrebbe definire il contrario di allegro. Soffriva terribilmente quando appassiva un fiore e non poteva più godere dei suoi colori né deliziarsi del suo profumo, o quando qualcuno degli amici aveva un problema serio. Come quella volta che Doriottero, compagno di mille voli nell'aria celeste, si era ferito un'aluccia: Rossella aveva curato il coleottero fino alla sua completa guarigione. Gli portava bricioline di pane per nutrirlo e gli dormiva accanto perché non si sentisse troppo solo durante la convalescenza.
Non parliamo poi delle lunghe ore di tormento, quando Lalla era improvvisamente scomparsa! La coccinella aveva organizzato una spedizione in piena regola! Magno doveva cercare la farfalla a nord, Doriottero perlustrare l'est, Rossella era volata a ovest e Camillo aveva saltellato diretto a sud. Era stato proprio Camillo a trovare Lalla, finalmente due giorni dopo, in un lontano giardino dove svolazzava spaventata e persa, quell'inguaribile svampita!


A Rossella non piaceva in particolare la notte, così buia e silenziosa, così simile, secondo lei, a qualcosa di tenebroso e funesto; lei che tanto ammirava la luce del sole, il ronzio dei suoi coinquilini, i colori del giardino, il chiasso della strada oltre la siepe.

Tuttavia fu proprio di notte che la sua vita cambiò, una notte d'estate quando, mentre rincasava nel suo nido, vide qualcosa di stupefacente: migliaia di piccole luci che lampeggiavano nel buio, intermittenti come le lampadine dell'albero di Natale!
«È piovuta polvere di stelle!» pensò colma di meraviglia, e senza indugio volò in mezzo a quei brillanti puntini per danzare con loro. Tuttavia si accorse che non si trattava di frammenti stellari: erano invece insetti dotati di un pancino luminoso.


«Chi siete, voi che portate luce nel buio di questo giardino?» chiese emozionata la coccinella.
«Siamo lucciole. Io mi chiamo Lucia, felice di conoscerti» rispose una delle creature, e fece una piroetta per mostrare meglio a Rossella il proprio ventre lampeggiante.


«Wow quanto vi ammiro, siete capaci di creare la meravigliosa magia della luce! Venite a giocare con me tutto il giorno e tutti i giorni? Danzeremo insieme, ci divertiremo un sacco e non sarà mai più buio, io detesto il buio!»

«Perché mai detesti il buio, coccinella?» chiese la lucciola sgranando gli occhietti sorpresa.

«Bé, ecco...» rispose Rossella, e poi fece una pausa perché a essere sincera non si era mai soffermata sul vero motivo della sua avversione per il buio.
«Prima di tutto non si vede niente. Quindi nel buio possono nascondersi chissà quali pericoli! E nemmeno è possibile vedere le cose belle, come il rosso acceso delle rose, il blu delle genziane, o il celeste del cielo. Tutto è silenzio, nessuno gioca... insomma il buio mi dà proprio i brividi!»
Si sentiva soddisfatta delle sue motivazioni più che esaurienti, di certo adesso la lucciola le avrebbe dato ragione. Ma non fu così.


«Dimmi graziosa amica...» Lucia parlava ora quasi sussurrando. «Come si può sperimentare l'emozione del rosso acceso, la carezza vellutata del blu genziana e la dolcezza del celeste cielo se fossero sempre lì, ben visibili, e il buio non li nascondesse per qualche tempo alla vista? Come amare l'energia del risveglio e il canto degli uccelli senza aver prima riposato nella tana buia e nel perfetto silenzio? In che modo sapremmo di essere allegri senza aver mai provato la tristezza? Come conoscere la luce se non ci fosse anche l'oscurità?»

Rossella rimase a lungo in silenzio per riflettere sulle parole di Lucia. Poi disse: «Forse comincio a capire: ogni cosa ha bisogno del suo opposto perché possiamo capirla e apprezzarla».

Era davvero affascinata da quelle incredibili rivelazioni. Tuttavia il buio proprio non riusciva ancora a considerarlo una cosa bella e necessaria. Così ripeté alle lucciole la sua richiesta: «Venite qua a giocare con me tutti i giorni e tutto il giorno? Vi presenterò ai miei amici e faremo sempre festa. Siete così belle... vi ameranno tutti!»

«Cara coccinella...» rispose Lucia. «Alla luce del sole non siamo che semplici insetti nemmeno tanto carini a vedersi, e quasi invisibili, come sono invisibili le stelle e la luna di giorno. Ma la notte... oh la notte... quando danziamo nell'oscurità luminose come le brillanti stelle e chiare come la misteriosa luna... allora sì che riveliamo tutto lo splendore di cui siamo capaci! La nostra bellezza si può vedere solo nel buio. L'oscurità offre tesori preziosi se vinci la paura e li vai a cercare».


Rossella dovette convenire che era vero: molte cose sono belle solo quando non c'è luce, e finalmente guarì dalla sua avversione per il buio. Da quel giorno, ogni sera all'imbrunire, cominciò a guardare le stelle che si accendevano una a una, fino a quando il cielo diventava un tappeto di velluto blu scuro trapuntato da una miriade di luccicanti perline. E ogni notte, da quella notte, danzò felice con le amiche lucciole insieme al coleottero Doriottero, che le stelle voleva raggiungerle volando fin lassù; al grillo Camillo che saltellava a più non posso e cantava a squarciagola; al ragno Magno che creava tele ancora più belle ispirato dal magnificente spettacolo notturno, e alla farfalla Lalla. Quest'ultima naturalmente bisognava tenerla d'occhio, o avrebbe svolazzato chissà dove. Si sarebbe certamente persa, presa dall'ebbrezza di tutta quella gioia che animò il giardino dopo la scoperta di Rossella circa alcuni tesori nascosti nel buio. Ho detto alcuni, perché chissà quanti tesori attendevano solo di essere trovati, e la caccia al tesoro di Rossella era appena cominciata...


LE PAROLE DELL'AMICIZIA



Era un mattino di settembre, uno di quei giorni che precedono la dolce stagione dell'autunno, quando aria e sole diventano carezze sulla pelle, e il cielo si tinge di radioso, intenso celeste.
Maddalena aspirava con piacere il profumo degli oleandri in fiore, delle matite nuove, dei quaderni ancora immacolati. Accarezzava l'astuccio colorato uguale allo zainetto, annusava i nuovi libri di testo con il loro inconfondibile odore di carta e stampa (sì, aveva un naso fine e un particolare trasporto per gli odori, che si trasformava in profonda avversione per la puzza!) e sfogliava il nuovo diario di barbie, naturalmente rosa confetto.
Era eccitata per tutte quelle novità che segnavano l'inizio di una nuova avventura, e la magia si ripeteva ogni anno il primo giorno di scuola.

 C'era qualcosa tuttavia che non cambiava mai e rendeva ancora più felice Maddalena: rivedere Sofia, la sua compagna di banco e migliore amica. Ogni estate era motivo di separazione per le bambine perché Sofia trascorreva tutte le vacanze nella sua casa al mare, ma quella che sembrava una dolorosa lontananza si trasformava nel piacere di scrivere lunghe e segretissime lettere.
Sofia raccontava le divertenti avventure marinare e soprattutto parlava del fidanzato, quel bambino che poteva vedere solo due mesi l'anno, ma al quale aveva giurato eterno amore.
Ricevere una nuova lettera dall'amica era per Maddalena il giorno più bello della settimana! Correva in camera sua e, con religiosa attenzione perché non si strappasse, apriva la busta. Leggeva più e più volte le parole scritte sulla carta azzurra profumata di lavanda, poi scriveva la risposta con la bella calligrafia tutta riccioli e svolazzi, avvolta nel delicato aroma di vaniglia della sua carta da lettere rosa.

 Quando la campanella squillò, annunciando per aule e corridoi l'inizio delle lezioni, Sofia non era ancora arrivata. Maddalena continuava a fissare la porta, impaziente di rivedere la compagna; perché tardava tanto?
 Una ragazzina con le trecce nere e la pelle colore della terra bruciata entrò in aula per ultima. Andò incontro alla maestra, entrambe bisbigliarono qualcosa, la bambina annuì e s'incamminò verso la seconda fila di banchi. Maddalena guardava con gli occhi sgranati quella nuova arrivata che sembrava diretta al suo banco, e quando sedette accanto a lei, nel posto di Sofia, il cuore le fece un balzo in petto! Alzò lo sguardo sulla maestra, quasi a chiedere aiuto, ma l'insegnante ˗ semplicemente ˗ sorrise. Poi annunciò alla classe: «Vi presento Yakamala, è la vostra nuova compagna. Viene da molto lontano, da un paese bellissimo che si trova in un altro continente».
Maddalena ebbe la visione di oceani immensi che l'aereo di Yakamala aveva sorvolato prima di atterrare e portarla ˗ tra tutti i luoghi del mondo ˗ proprio lì, accanto a lei, nel suo banco! Che fine aveva fatto l'adorata Sofia? Si girò verso quella straniera provando la sgradevole sensazione di essere costretta a un sorriso e qualche parola di benvenuto, ma riusciva solo a guardare i suoi grandi occhi scuri che brillavano di pagliuzze dorate. Anche Yakamala guardava Maddalena senza parlare; poi, dopo interminabili istanti di silenzio, disse qualcosa nella sua lingua.
Il disappunto di Maddalena e la sua delusione erano così forti che le veniva quasi da piangere. La nuova arrivata non solo parlava un idioma sconosciuto, ma aveva addosso anche uno strano odore e Maddalena era sensibilissima, come sappiamo, agli odori.

Nei giorni seguenti il malcontento di Maddalena non fece che aumentare perché si aggiunse la sensazione di subire un'ingiustizia: la maestra le aveva affidato Yakamala, era suo quindi il compito di aiutare la compagna quando non capiva qualcosa. Perché una simile sventura era toccata proprio a lei? Passavano le settimane e Yakamala se ne stava sempre sola, in disparte. Nessuno giocava con quella ragazzina timida, forse perché era l'ultima arrivata in un gruppo già unito da quattro anni di amicizia, o forse perché nessuno riusciva a capire le sue parole, tanto incomprensibili non solo nel significato ma persino nel suono. Camminava sempre a testa bassa e bisbigliava appena le poche frasi italiane che aveva imparato.

 Durante un compito di matematica, mentre Maddalena svolgeva il suo dovere di aiutare la compagna, vide brillare negli occhi di Yakamala una lacrima. La vide tremolare fra le ciglia e poi cadere pesante sul quaderno. Le parve più che pesante, le sembrò un macigno che bucava il foglio e il suo cuore. Ricordò tutte le volte che si era sentita lei stessa emarginata e sola, quando la mamma era costretta a lasciarla in custodia agli zii, persone sgradevoli che manifestavano affetto solo per i suoi fratelli maschi. Non aveva dimenticato il dolore delle sottili umiliazioni e la tristezza del rifiuto. Il buco nel cuore fece molto male in un primo momento, poi successe un fatto straordinario: si colmò d'amore. E si chiuse.

 Aveva imparato, in quelle settimane, ad apprezzare l'odore sconosciuto di Yakamala: era zenzero e cannella. Ammirava i suoi disegni, pieni di colori e sfumature che evocavano sconfinati cieli azzurri e immense vallate, montagne di fuoco e laghi di cristallo; pensò che dovesse trattarsi davvero di un luogo meraviglioso la terra della sua nuova compagna di banco. Trovava graziosi i fiocchi intrecciati in modo originale tra i suoi nerissimi capelli, eleganti le movenze di quella bimba dalla pelle rosso scura, e dolce come musica la sua lingua. Si divertiva molto quando Yakamala tentava di spiegarle i significati di alcune parole nel suo antico idioma, usando la lingua dei gesti, ed era un mimo eccezionale. Un solo termine sembrava descrivere perfettamente l'intera gamma delle sottili emozioni che si provano in una determinata situazione, e a volte le situazioni e le sensazioni evocate erano diverse da quelle che normalmente provava Maddalena, perché le vite, le usanze e le terre delle due ragazzine erano profondamente diverse.

 Un giorno Yakamala aveva raccontato a Maddalena che c'è una parola per descrivere cosa prova chi guarda un uccello spiccare il volo e sfrecciare lontano, contro il cielo infuocato del tramonto: l'anima dell'uomo avverte in quell'attimo un profondo struggimento, l'anelito a volare libera per tornare alla sua divina sorgente. Un'altra volta aveva mimato così bene la sensazione di sconvolgente immensità che provoca guardare per la prima volta giù da un grande canyon ˗ anche quella racchiusa in una sola parola ˗ che quasi Maddalena aveva sentito le vertigini, come se fosse davvero lassù, sull'orlo del precipizio! Maddalena aveva capito che molte parole non hanno traduzione e che non è sufficiente imparare la lingua dell'altro, bensì è importante penetrare nella sua cultura e nell'intimità del suo cuore.

Quel giorno sentì che aveva cominciato a conoscere Yakamala, ad apprezzare il grande tesoro della sua diversità e a volerle bene. Yakamala avvertì qualcosa di diverso nel silenzio di Maddalena, che la stava osservando. La bambina della Terra del Fuoco, così era chiamato il suo paese, alzò gli occhi sull'altra. Le due scolare si guardarono a lungo senza parlare, poi Yakamala disse: «Mamihlapinatapai». «Come?» chiese Maddalena. «Significa che io guardo te e tu guardi me, e tutte e due vogliamo fare qualcosa ma speriamo che lo faccia l'altro per primo» disse l'insegnante di sostegno linguistico previsto tre volte a settimana, il quale nel frattempo si era avvicinato alle bambine.

 Maddalena pensò che non potesse esistere parola più bella per descrivere esattamente la situazione, e fece per prima ciò che desideravano fare entrambe: abbracciò forte Yakamala. E mentre l'altra ricambiava con calore quell'abbraccio, capirono insieme che l'amore non ha bisogno di parole perché è la lingua che possono parlare tutte le persone della terra. E chissà, forse anche gli abitanti di tutti gli altri pianeti sparpagliati nell'universo.

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La pozione anti mostro



Massimo non aveva paura di niente. Gli piaceva fare l’eroe, essere un paladino della giustizia e avere un codice d’onore. Era leale con gli amici e manteneva sempre la parola data. Per questo, a sei anni, si era conquistato la fama di bambino coraggioso, il più gagliardo della scuola, anzi del quartiere, ma che dico… dell’intera città!
 Tuttavia, gelosamente custodito perché non voleva confessarlo a nessuno, nascondeva un terribile segreto: qualcosa c’era che lo spaventava molto! Come ogni supereroe che si rispetti anche lui possedeva un punto debole; il suo erano i mostri.
 Massimo non esitava a fronteggiare ragazzi più grandi, come quando gli capitò di pestare un occhio al grosso bullo della scuola che da mesi importunava un bambino fragile e timido.

Da quel giorno il bulletto non aveva più dato fastidio a nessuno e, se incontrava Massimo, cambiava strada. Il bambino timido era corso a casa felice e aveva raccontato tutto alla mamma. La donna, commossa, si era subito messa al lavoro per cucinare la migliore torta della sua vita. Una delizia di crema, panna e frutta alternate a fragranti dischi di pasta frolla, e in cima persino un trofeo di cioccolato fondente! Poi si era presentata a casa del piccolo eroe e gli aveva offerto la torta come segno di gratitudine.
 Dovete sapere che le cose non vanno sempre in questo modo, e non sempre le buone azioni ricevono compensi, o meglio, ricompense visibili e immediate. Non bisogna curarsene se accade, ma questa è un’altra storia, e un giorno ve la racconterò.

 Dicevamo che il nostro protagonista era proprio coraggioso: alle partite di calcio si buttava nella mischia per conquistare il pallone, non piangeva mai se prendeva gomitate nello stomaco, e non si lasciava sfuggire nemmeno un lamento davanti al dottore dell’ospedale che gli ricuciva, e capitava spesso, le ferite.

Tuttavia… tuttavia quei mostri che lo inseguivano la notte, brrr… che paura gli facevano! Proprio così, le brutte creature che popolavano i suoi sogni erano l’unica paura di Massimo. E, pur di terrorizzarlo per bene, cambiavano persino forma! A volte era un essere gigante a corrergli dietro, con dita lunghe e scheletriche come rami di un albero; altre volte era una figura tutta nera che scivolava malefica alle sue spalle, sempre sul punto di acchiapparlo.
Oppure il mostro di turno assumeva le sembianze di un nanerottolo deforme che sputacchiava liquidi verdastri mentre lo rincorreva nei corridoi di qualche strano luogo, o le fattezze di una belva feroce armata di artigli, intenzionata a papparselo in solo boccone!
Insomma, uno più orrido e più cattivo dell’altro, ma per fortuna il bimbo riusciva sempre a svegliarsi un attimo prima di fare qualche brutta fine.



 Un giorno sedeva pensieroso a consumare la merenda nel giardino della scuola, quando sentì un suono di campanello. Din din… si girò e vide una minuscola fata che gli svolazzava vicino all’orecchio sinistro.
 Che sorpresa, quasi saltò giù dalla panchina! La creatura atterrò sulla sua spalla, e con molta confidenza imitò la posizione del bimbo: ginocchia al petto e faccia sprofondata tra le piccole mani, come a rimuginare su qualcosa, proprio come stava facendo Massimo. Si burlava forse di lui?
 Il bambino voleva guardarla, ma doveva girare tutta la testa per vedere la fata, e temeva che se avesse fatto qualche brusco movimento lei sarebbe scomparsa. Non si sa mai cosa passa per la mente di questi esseri fatati!
 «Sono qui per aiutarti» disse lei con voce melodiosa e sottile. Le fate amano due cose, sopra tutte le altre: coltivare fiori e aiutare i bambini, questi ultimi perché devono essere curati proprio come fiori, che sono la loro specialità.

 Massimo non aveva mai udito una voce così dolce, e gli fece un gran solletico. «Che tipo di aiuto?» chiese infilandosi un dito nell’orecchio per grattarlo.
 «Vincere la paura dei mostri. Posso insegnarti a preparare una pozione capace di annientarli!»   «Wow!» esclamò Massimo, che a quelle parole si voltò dando uno scossone alla fata seduta sulla sua spalla sinistra. Tuttavia, dato che notoriamente le fate volano, lei non cadde, gli si posò invece graziosamente sul palmo di una mano, quella che non reggeva la merenda.
Il bimbo poté finalmente vedere bene la creatura e non più soltanto sbirciarla con la coda dell’occhio. Rimase a bocca aperta, con il boccone di panino ancora da deglutire e le labbra ricoperte di briciole. Quanto era bella! Aveva la pelle diafana e rilucente come madreperla, indossava un vestitino fatto d’impalpabili veli celesti, e mentre sbatteva le ali, anch’esse delicate e azzurre, sprizzava nell’aria stelline luminose.

 «Mi chiamo Sosinia» disse sventolando vanitosa le lunghe ciglia, perché aveva letto nella mente di Massimo i suoi pensieri di apprezzamento.
 «Non startene lì come un salame, su su, che dobbiamo darci da fare!» continuò poi cambiando tono. «Prendi la boccetta e cominciamo a riempirla con tutti gli ingredienti».
 «Qui, adesso? E dove la trovo una boccetta?» chiese Massimo un po’ confuso.
 «Ma certo, qui e adesso! Non sai immaginare una boccetta? E assicurati che abbia la pompetta a spruzzo come quella dei profumi». 
«La devo solo immaginare?» Massimo continuava a non capire.
 «Certo che la devi immaginare! Se la immagini poi esiste. Anche i tuoi mostri sono immaginari, eppure ti fanno una gran paura, e ti svegli con una tremarella proprio reale, no?»

 Il bambino convenne che Sosinia aveva ragione, così immaginò di tenere tra le mani una boccetta di vetro tonda e dorata, come quella del profumo che il papà aveva regalato alla mamma per Natale. «Oro, il mio colore preferito… Bravo, è perfetta, ora svita il tappo e comincia a metterci dentro quello che ti dico».

 Massimo non poteva vedere l’oggetto, ma la fata, essendo magica, ovviamente sì. «Prima cosa: una risata, i mostri detestano che gli si rida in faccia!»
 «Come la infilo qui dentro una risata?» chiese il bambino guardando la sua mano destra vuota, a mezz’aria e dischiusa come se reggesse qualcosa, e quasi gli sembrava di sentire il contatto del vetro liscio contro i polpastrelli.
 «Porta il flaconcino alla bocca e ridici dentro, è facile!»
 Massimo si guardò intorno, se qualcuno lo avesse visto fare quelle cose lo avrebbe preso per matto. Decise di obbedire alla fata senza più discutere, quindi soffiò una risata nella boccetta immaginaria. «Bene, ora tanta luce abbagliante, i mostri non possono vivere alla luce».
 Massimo visualizzò un raggio di sole luminosissimo che entrava nel flacone.
«Adesso infilaci due abbracci e tre baci. Queste cose li fanno scappare a gambe levate, i mostri!» Facile ingrediente; al bambino bastò ricordare gli abbracci gioiosi e i baci con lo schiocco che gli dava sempre la zia.
 «Dunque, vediamo un po’, cosa manca? Ah sì, uno sberleffo. Le burle li fanno rimpicciolire».
 Altro ingrediente facile, nessuno sapeva fare gli sberleffi meglio di lui!
 «Ora due orecchie da topolino e un naso da porcello: servono a farli diventare mostriciattoli minuscoli e divertenti!»
 Il bambino possedeva quegli oggetti da travestimento per il carnevale, e ancora una volta gli fu facile immaginarli e mescolarli a tutto il resto.
 «Ora il colpo mortale: un pizzico d’amore. È il più potente fra tutti gli ingredienti, ne basta giusto un pochino».
 Quello proprio non sapeva come metterlo nella pozione e non era necessario fare domande, bastò la sua espressione interdetta a dire alla fata che si trovava in difficoltà.
«Immagina la persona che ami di più al mondo e l’amore che provi per lei, poi prendi un pochetto di quel bene e mettilo nel flacone» spiegò Sosinia con un sorriso tenero tenero.
Non era difficile in effetti, perché Massimo immaginò la sua mamma, e alla fine ebbe il timore di avercene messo anche troppo di amore nel miscuglio, perché l’amore per la mamma era troppo grande per riuscire a dosarlo!

 «Fantastico! Tappa bene il contenitore e agita tre volte, è fatta!» La fata volteggiò nell’aria diffondendo stelline colorate ancora più luminose: era il suo modo di manifestare la felicità.
 «Ora vai, e usala senza riserve; è una mistura magica, quindi è inesauribile, durerà per sempre. Ricorda però una cosa: i mostri si nutrono di paura, è il loro richiamo e il loro cibo. Senza la paura non esisterebbero nemmeno». 
Svolazzò un’ultima volta davanti al piccolo amico e poi scomparve.



 Massimo aspettò a lungo l’arrivo dei mostri nei suoi sogni. Per la prima volta quasi si augurava di incontrarli, perché voleva sperimentare la pozione magica. Però chissà, forse nel mondo dei mostri si era sparsa la voce che possedeva un antidoto, e forse bastava quella notizia a tenerli lontani!

Finché una notte uno di loro osò presentarsi, orribile e cattivo come non mai. Tutto verde e con gli occhi gialli, sembrava l’incrocio tra un drago, un diavolo e un coccodrillo, e sputava fuoco da una bocca che aveva quattro fila di denti aguzzi. Come da copione cominciò a inseguire il bambino, ma quella volta Massimo non se la diede a gambe terrorizzato; corse via aspettando solo il momento giusto per voltarsi e spruzzare la magia addosso all’infernale apparizione. Aveva un po’ di paura, naturalmente, quello era uno dei peggiori mostri che avesse mai visto!

 Quando la creatura fu sul punto di raggiungerlo, fece appello a tutto il suo coraggio e si voltò: poff poff poff, tre spruzzi in pieno muso! Pochi istanti dopo l’essere iniziò a rimpicciolire, poi gli crebbero le orecchie da topo e il suo naso diventò schiacciato e rosa come quello di un maialino.
 Una volta ridotto in quello stato, le risate e gli sberleffi lo colmarono d’imbarazzo e di vergogna, gli abbracci e i baci lo spaventarono a morte, ma ciò che lo indusse infine a scappare fu quel profumo d’amore che per lui non era affatto un profumo, bensì un olezzo insopportabile!

 La magica pozione aveva funzionato! Massimo rideva a crepapelle mentre il mostro, oramai più che altro un mostriciattolo ridicolo, se la dava a gambe gemendo di terrore, col sedere spelacchiato e fumante bruciato dal raggio di sole.

 Quando si svegliò rideva ancora, e nel bagliore delle prime luci del mattino che filtravano dalle persiane chiuse, intravide la fata celeste. Svolazzava e rideva insieme al bimbo con gorgheggi tintinnanti come campanelli d’argento.