LETTERE DA UN AMICO


Fiaba di Grazia Catelli Siscar dal blog "La Terra dei Magi" della Casa Editrice Anima.

L'amicizia è un lungo viaggio, che di avventura in avventura riporta sempre a casa, là dove dimora il cuore.

LETTERE DA UN AMICO

 UN NATALE DA SALVARE

 

Il paese di Babbo Natale si trova in un luogo lontanissimo, forse un altro pianeta, o forse è ben nascosto in un mondo parallelo, invisibile all’occhio umano. Tuttavia qualche notizia è trapelata; corre voce che sia tutto bianco, e che ogni notte, nel profondo blu della volta celeste, ondeggino aurore verde smeraldo, viola ametista, e giallo topazio. Non si ha invece notizia della presenza di stelle, quindi forse ci sono e forse no. Il cielo rosa del mattino è solcato da almeno cinque arcobaleni variopinti, e l’aria profuma di biscotto e cioccolato. Una cosa è sicura: c’è fermento in ogni giorno dell’anno! Serve tanto lavoro affinché tutto sia pronto quando scocca la fatidica, magica ora. Come sarebbe a dire quale ora? Che domanda, è ovvio, la mezzanotte del giorno di Natale!


Gli abitanti sono elfi laboriosi e bravi costruttori di giocattoli, ciascuno con la propria speciale competenza. Chi lavora il legno, chi si intende di elettronica e motori, chi dipinge, chi taglia e cuce. E anche scultori che danno forma ai diversi stampi, dove poi saranno colati i materiali di gomma per fare corpi e teste di bambole, o travasati i metalli per fare soldatini, trenini e automobili; poi naturalmente ci sono gli addetti ai forni per la cottura degli stampi, i supervisori che controllano il buon funzionamento dei giocattoli finiti, gli specialisti dei pacchetti, capaci di creare deliziosi capolavori, e così via.



Infine ecco gli elfi raccoglitori, i quali ottengono la legna, le pietre e i materiali necessari ai costruttori. Sono creature un po’ speciali perché possiedono una dote rara: parlano il linguaggio del regno vegetale e di quello animale. Si avventurano ogni giorno dentro le fitte foreste di Natalandia - è questo il nome segreto del paese misterioso - con un delicatissimo compito. Devono infatti passare in rassegna albero per albero, fino a quando sentono il sussurro di una voce profonda e nobile: è quella di una vita pronta per la donazione. Gli alberi di Natalandia sono magici, e ogni due cicli - secondo lo strano modo di calcolare il tempo da quelle parti - offrono i loro rami. Allora un elfo si arrampica fino a quello giusto, recita una speciale preghiera di ringraziamento, e poi lo taglia con un seghetto sacro che ha il manico in oro e lama di diamante. Dalla porzione dell’albero appena tagliata spunta immediatamente una gemma verde giada, e in breve tempo crescerà un ramo nuovo. A proposito, non temete, l’operazione è indolore per il generoso albero, e lo rende immensamente felice: una parte di lui sarà la gioia di un bambino.



Alcuni elfi raccoglitori invece devono trovare gli animali pronti per donare un po’ del loro pelo. Le volpi dorate offrono, quando è il loro momento, un pezzo della bella coda, una coda specialissima, molto più lunga di quella delle volpi che conosciamo noi. E ricresce nel giro di qualche giorno, esattamente come accade ai rami degli alberi, perché a Natalandia tutto è magico: lo sono gli animali, le piante e lo è ogni cosa. Dal pelo delle code gli elfi tessitori sanno ricavare i capelli delle bambole e molte altre cose. I montoni e le pecore si offrono alla tosatura ogni quattro cicli, ed è un evento decisamente buffo perché quelle pacifiche, morbidose creature soffrono il solletico, e ridono a crepapelle facendo rimbombare i belati ridacchianti su tutte le terre di Natalandia. Ridere è contagioso, e in breve ogni elfo, animale, pianta e cristallo comincia a ridere senza riuscire a fermarsi!
Per fare i colori gli elfi raccolgono i petali caduti dai fiorellini, e ce n’è sempre in abbondanza visto che di giorno spuntano prati fioriti a perdita d’occhio. Certi grandi fiori invece, di una tale bellezza come non esiste altrove, sono sacri e non si possono toccare: il loro profumo celestiale è il segreto dell'allegria eterna degli elfi e cura ogni male. Vivono centinaia di anni, e quando uno di loro finisce il suo ciclo vitale come fiore, Natalandia celebra una festa solenne perché il fiore si trasforma in fata. 


Insomma ogni ora, ogni giorno e ogni mese dell’anno e tutti gli anni, la favolosa terra di Natalandia sembra immersa in un gran fermento di gioioso lavoro. Dopo il paradiso è probabilmente il luogo più bello e felice dell’universo, e lo è dalla notte dei tempi. 
Lo è sempre stato… fino a quel terribile giorno, quando un’immensa nube nera venne da non si sa dove a oscurare i cieli. Tutti gli elfi, gli animali, le piante e i minerali guardarono in su con spavento. I colori del cielo erano scomparsi, gli arcobaleni inghiottiti nel buio, e su tutte le cose era scesa una tale oscurità che nessuna luce pareva sufficiente a rischiarare.



L’elfo più anziano - forse aveva qualche migliaio di anni - corse alla dimora di Babbo Natale, e correva tanto veloce che inciampò diverse volte nella lunga barba; non vedeva niente, intorno a lui erano solo gelo e tenebre, ma si fece guidare dal profumo di cioccolata che la casa di papà Natale emanava più intensamente delle altre. 

«Capo, capo! Cosa succede? Perché siamo piombati nel buio?» gridò trafelato mentre spalancava la porta, e non sapeva nemmeno se stesse parlando a qualcuno o a una stanza vuota perché l’oscurità era penetrata ovunque, anche nelle case, e le creature non riuscivano nemmeno più a vedersi tra loro.

«Sono qui Elborio» rispose Natale, chiamando per nome l’anziano capo degli elfi. «È accaduto infine! Ahinoi, è accaduto!» E mentre così rispondeva, Babbo Natale camminava nel buio a tentoni guidato dai gemiti di Elborio, per andargli incontro e scambiare un abbraccio. Piansero a lungo insieme, ed Elborio non capiva il perché della propria desolazione, mai nella sua lunghissima esistenza aveva provato un simile sconforto, ma se piangeva persino Babbo Natale allora aveva ben ragione a disperarsi! Tra le lacrime papà Natale raccontò una storia.


«Dice una profezia, tanto vecchia da persersi oltre le nebbie del tempo, che sarebbe arrivato un giorno, un giorno tremendo, quando gli uomini della terra avrebbero compiuto i crimini più orrendi, quando avrebbero offeso i bambini, dimenticato l’amore e perduto la speranza. Ecco, quel giorno è arrivato». 

«Anche il pianeta terra è piombato nel buio? Poveri umani, saranno tutti nel caos!»

«Non ancora» rispose il Grande Vecchio. «È calata l’oscurità solo nei loro cuori, per ora, un’oscurità che i più non vedono, sono ciechi che vogliono guidare altri ciechi. E tutto quel buio interiore è giunto fino a noi perché, come arrivano qui i desideri che ci danno lavoro tutto l’anno per poterli esaudire, così arrivano anche i pensieri terribili  di odio, vendetta, disperazione, paura. Poi, nessuno sa quando, un mantello nero coprirà anche i loro cieli, perché ciò che accade in basso accade in alto, ciò che si manifesta nel piccolo si manifesta nel grande, è la Legge».


Elborio aveva continuato a gemere abbracciato a Natale. «È la fine? Non possiamo fare niente?»

«Qualcosa possiamo fare, ma ho bisogno del tuo aiuto. Dobbiamo recarci nel luogo segreto che custodisce la lampada magica della Speranza, e accenderla. È l’unica luce che potrà rischiarare queste tenebre».

«Come faremo a cercare qualcosa, a fare un viaggio se non vediamo oltre il nostro naso?» chiese Elborio con ragionevole preoccupazione.

»Chiameremo Zaccario il pipistrello azzurro, con il suo radar ci guiderà nel buio» rispose Natale. «E Ricciandro Cuor di Leone, il piccolo leone rosa dal cuore più coraggioso di tutto l’universo, lui ci difenderà dalle mille insidie del nostro cammino. E un bambino che coglieremo nel sonno, la sua innocenza e purezza indicheranno la strada, perché innocenza e purezza sono la strada verso la Speranza».


Fu così che Babbo Natale, l’elfo Elborio, il pipistrello azzurro Zaccario, il leoncino rosa Ricciandro Cuor di Leone, e un bimbo svegliato nel sonno e istruito su quanto stava succedendo, partirono alla ricerca della lampada della Speranza. Era un viaggio pericoloso, un tuffo nell’ignoto, ma bisognava farsi coraggio e affrontarlo, altrimenti le tenebre avrebbero inghiottito per sempre la terra e il paese di Natalandia. La magia e la bellezza sarebbero scomparse, le sfumature di tutti i colori e l’allegria uccise senza pietà.




Mentre procedevano nel buio, Natale ed Elborio cantavano le belle canzoni natalizie per tenere alto il morale, il bimbo guidava la direzione, e Zaccario si curava di evitare al gruppo qualche incidente, come sbattere contro un albero o cadere in qualche buco. Ricciandro invece era l’impavido, il difensore, e la sua presenza fu essenziale perché durante il cammino sbucavano dall’ombra un pericolo dopo l’altro: spettri che volevano spaventare affinché la spedizione fallisse, entità mostruose pronte a ghermire e uccidere. Persino serpenti velenosi che uscivano dal terreno per aggrovigliarsi sulle gambe e poi mordere, e terrificanti uccellacci che scendevano in picchiata; nessuno poteva vederli ma si udiva l’orrendo fruscio delle ali in avvicinamento. 

L’impavido Ricciandro però sbaragliava tutti con i suoi potenti artigli, avvertito da Zaccario, che grazie al suo radar poteva capire la direzione dalla quale il pericolo stava arrivando.



Dopo un cammino pieno di spaventi e che parve interminabile, e un rischio di congelamento perché l’oscurità era più fredda di qualunque freddo mai esistito, il bimbo disse: «Siamo arrivati, il nascondiglio della lampada è qui, da qualche parte!»

«Fermi tutti» replicò Natale, che se non lo sapete è il più grande dei Maghi. «Avverto un grave pericolo».

«Siamo davanti all’entrata di una caverna, e all’interno c’è una presenza» suggerì Zaccario grazie alle indicazioni del suo radar di pipistrello.

«Pericolo o no dobbiamo entrare. Siamo arrivati fino a qui e non possiamo arrenderci ora, costi quel che costi!» sentenziò Ricciandro con il suo coraggio.

«Andiamo allora!» decretò Elborio, pronto a morire per la salvezza della sua amata Natalandia e di tutti gli uomini della terra, ma stava pensando ai bambini quando lo disse.


Non appena varcata la soglia della grotta, apparve al gruppo un sinistro bagliore verde che via via crebbe d’intensità, fino a quando tutti riuscirono a vedere le fattezze di un drago dalle ali gigantesche. I suoi occhi gialli di rettile avevano uno sguardo feroce; sembrava l’incarnazione stessa del male. Nemmeno Ricciandro sfuggì al terrore di quel momento.


Come per rispondere alla domanda silenziosa che gli altri si stavano facendo, Natale disse: 

«Lui è la costruzione di tutti i pensieri e le azioni malvage, della crudeltà di chi ha spogliato il suo prossimo per cupidigia, e della disperazione di quelli che hanno smesso di lottare. Si è nutrito ed è cresciuto grazie all’ingiustizia e alla perdita d’ogni speranza. Lui ha rubato la lampada! In un tempo che nessuno ricorda, la lampada della Speranza era sempre accesa e illuminava il mondo dall’alto di una montagna sacra. Ma il mondo scivolò lentamente nel caos e la fiamma si affievoliva sempre di più, fino a quando si spense; allora il drago riuscì a rubarla e a nasconderla qui, dove forse nessuno l’avrebbe mai più trovata».

«Eppure noi ci siamo riusciti» precisò Ricciandro.

«Grazie allo spirito del Natale?» chiese il bambino.

«Sì piccolo» rispose Elborio. «Ma ora dobbiamo sconfiggere il mostro!» 



A quelle parole seguì un silenzio pieno di paura. Il gruppo si aspettava che il dragone avrebbe tentato di arrostirli con una fiammata. Dal buio della caverna cominciarono invece a emergere delle immagini, e si susseguivano una dopo l’altra, erano tutte intorno, sulle pareti, sul terreno, sulla volta, o galleggiavano nell’aria e si accendevano e si spegnevano in un delirio di scene raccapriccianti. Mostravano le infinite crudeltà e le indicibili sofferenze di secoli e secoli di storia umana. Non furono le fiamme bensì quelle immagini tremende proiettate dal drago a stritolare i coraggiosi avventurieri; si contorcevano dal dolore, come se 
la visione di tanto male avesse più potere distruttivo di qualunque fuoco. E lentamente quello strazio fiaccava la loro volontà, diventavano sempre più deboli, si stavano arrendendo al destino, il male era più forte, li consumava fino all’annientamento. Tutti tranne il bambino. Gli altri quattro, inermi ed esanimi, videro il piccolo uomo avvicinarsi lentamente al drago e fissarlo negli occhi. Con il suo cuore puro colmo d’amore, che nemmeno un grande Mago, nemmeno un elfo antico, né un pipistrello o un leoncino magico avevano di tale adamantina innocenza, polverizzò il mostro. La bestia aveva osato sostenere lo sguardo del bimbo, e ne fu distrutta. Il delirio di onnipotenza fu la sua rovina, perché credeva che 
il male da lei incarnato fosse la più potente forza dell’universo, ma si sbagliava: è l’Amore la forza che muove tutte le cose e regge la creazione!


Quasi come svegliati da un sogno, anzi da un incubo, Natale, Elborio, Zaccario e Ricciandro si alzarono da terra. Dopo qualche momento necessario a riprendersi, Natale afferrò la lampada, appoggiata sulla pietra che il drago aveva presidiato per tanto tempo, e l’accese. Immediatamente la luce annientò l’oscurità e il gruppo fece ritorno a Natalandia in sicurezza. 



«La portiamo sulla terra?» chiese Elborio. L’elfo beveva una tazza di cioccolata a casa di Natale e fissava incantato la lampada della Speranza appoggiata sul tavolo del salotto.

«No mio caro, vecchio amico» rispose Babbo Natale. «Sarebbe presto rubata di nuovo. La terra attraversa un momento difficile. Custodiremo noi la lampada della Speranza, qui, al sicuro nel nostro mondo magico. Quando sarà il momento verrano a prenderla i coraggiosi, i pionieri del nuovo mondo, i costruttori di quella terra fatta di Luce e Amore che è nel destino dell’umanità. E adesso su, coraggio, manca un giorno al giorno più bello dell’anno, e abbiamo ancora un sacco di cose da fare!»

«Giusto capo!» scattò sull’attenti il vecchio elfo, poi corse fuori diretto ai vari padiglioni per impartire le ultime direttive.


Era mattina e la mamma del bimbo entrava nella sua cameretta per dargli la sveglia e il buongiorno. «Hai fatto bei sogni stanotte caro?»

«Ho salvato il Natale mamma, e un giorno salverò la terra» rispose il piccolo.

La mamma sorrise; suo figlio aveva molta fantasia e inventava sempre tante storie. Lei non poteva sapere, era un’adulta e non ricordava più quanto fosse meravigliosa e potente la magia di un bambino.








SAPERE È POTERE

L'arma più potente del male è l'invisibilità. 

Da moltissimo tempo la credenza nelle forze oscure è stata messa al bando, ridicolizzata, negata, fino al punto delle più scellerate incongruenze, se nemmeno la chiesa e i suoi rappresentanti (quelli più in basso nella scala gerarchica) ci credono più. 

In questo modo il male può agire indisturbato e quasi alla luce del sole. Mostra sfacciatamente le sue azioni, i suoi emissari, persino le sue strategie senza che quasi ce ne accorgiamo, accecati da secoli di intorpidimento spirituale. 

Il divino è uscito dalle nostre vite, scientemente escluso, bandito da chi ha tutto l'interesse affinché il genere umano si trovi disarmato e privo di una luce che lo guidi nelle tenebre. 

Le fiabe, con il loro linguaggio archetipico, hanno da sempre insegnato l'esistenza delle forze oscure e dato ai bambini gli strumenti spirituali per la comprensione e la difesa. 

Oggi sono rimpiazzate da fumetti intrisi di erotismo, videogiochi cruenti e racconti dell'orrore. Leggere le fiabe - quelle vere - ai nostri piccoli, oggi più che mai è un atto di grande consapevolezza e amore.

                                  IL CORAGGIO DI PENSARE

Nuova fiaba di Grazia Catelli Siscar sul blog Anima.tv della casa editrice Anima Edizioni

                  

UN MONDO SENZA FIABE

                                            
Un giorno il mondo si svegliò senza fiabe. 

I sette nani non cantavano più «hei hooo, hei hooo…» e avevano abbandonato la miniera. Ora passavano le giornate a ubriacarsi, giocare a carte e dormire. Scomparsa la gioia dell’impegno e del lavoro, erano adesso un branco di vecchi indolenti alcolizzati. 

Mary Poppins non sopportava più i bambini, aveva smesso di fare la tata, e a furia di ingozzarsi con il cibo spazzatura davanti alla televisione, ormai era troppo grassa per volare appesa al suo ombrello nero. Scomparsa la gioia di educare attraverso la magia, sprecava il tempo guardando programmi cretini e televendite. 

Cenerentola, dopo aver tirato il paiolo del camino in testa alla matrigna, era fuggita con il primo viandante conosciuto per strada, e di lei non si seppe più nulla. Senza la fede né l’aiuto delle creature magiche e degli spiriti che abitano la natura, la sua occasione di incontrare il principe azzurro era svanita. Perduta per sempre, come anche la realizzazione di aspirazioni e desideri. 

La Bella Addormentata non si era addormentata; furente per l’anatema ricevuto nel giorno del suo battesimo, e prima che questo si compisse, apprese le arti magiche e piantò l’ago dell’arcolaio nel sedere della maga cattiva, rovesciando le sorti dell’incantesimo: fu la strega a cadere nel sonno eterno! Ora che il Male dormiva, il Bene non sapeva di esistere, perché una cosa non ha più significato senza il suo opposto. E il mondo finì nel caos. 

Anche Biancaneve riuscì a salvarsi dal maleficio del sonno eterno. Maniaca del pulito al limite dell’ossessione, non avrebbe mai potuto mangiare cibo inquinato dalle mani sporche di una mendicante! Fu per questioni d’igiene quindi che sostituì furtivamente con una mela sana quella della vecchia apparsa un giorno alla sua porta. Dunque, mentre lei addentava un frutto innocuo, la strega ingeriva quello velenoso. Oplà, un’altra cattivona vittima di se stessa. 

Tanta bruttezza non poteva essere esposta in una teca di cristallo, perciò la strega finì sotto terra, ed è improbabile che qualcuno prima o poi chieda una riesumazione per baciarla e spezzare l’incantesimo! 

Quando Biancaneve si rese conto di aver ammazzato una vecchietta ebbe paura di finire in prigione e fuggì. Visse in una città lontana, fu assunta come cameriera in un bar e continuò a vagheggiare un futuro da attrice; ma lei non cantava più al pozzo dei desideri e non diventò mai attrice perché non era quello ciò che realmente voleva il suo cuore. Il bacio del vero Amore non fu mai dato, e l’Amore si spense nell’indifferenza. 

Sì, l’alba di una fredda mattina invernale svegliò l’umanità in un pianeta senza fiabe. 
Però i terrestri dell’ultima generazione, gli ultimi nati, non volevano subire una tale ingiustizia; non volevano vivere in un mondo governato dal caos, senza sogni né desideri, senza amore né magia. 
Che fare dunque? 
La Befana, mentre accadevano tutte queste vicende, si trovava in un luogo lontanissimo, alla fine del mondo. Aveva fatto un lungo viaggio per raggiungere la vecchia sorella Anafeb e rifornirsi dello speciale carbone che solo lei sapeva preparare. 

Quando fu sulla via del ritorno in groppa alla leggendaria scopa, i bambini capirono di avere ancora una speranza: forse proprio la Befana, risparmiata dallo sterminio delle fiabe, avrebbe potuto salvare il mondo! Quindi si rivolsero alla Grande Vecchia, supplicandola di sistemare le cose. 

La Befana ci pensò su, appoggiata al manico della scopa, mentre i bambini erano accovacciati ai suoi piedi - ce n’era uno per ogni razza e paese come rappresentante del suo popolo - e la guardavano in trepidante attesa. 
«Ho trovato!» esclamò all’improvviso facendo sobbalzare il giovane pubblico. 
Senza dire altro inforcò la scopa e volò via. 

Quella stessa notte, a ogni camino, o cappa (o in mancanza di entrambe una mensola) di ogni casa del mondo, la Befana appese una calza rossa. La calza conteneva cinque semi: il seme della Speranza, il seme della Fiducia, il seme dei Desideri, poi quello della Magia e infine dell’Amore. 
C’era anche un biglietto con le istruzioni: «Scegli un buon terreno, concima con la Gioia e annaffia con la Fede. 

Quei semi infine generarono i loro frutti; riapparvero i desideri insieme alla fiducia, la speranza insieme alla forza, l'amore insieme alla magia.

E fu così che grazie all’ultima generazione di terrestri, il pianeta ebbe di nuovo le sue fiabe. 
La Befana fu celebrata come l’eroina dei due due mondi: colei che in groppa alla sua scopa attraversa il confine dal vecchio al nuovo. 
Forse è per questo motivo che qualcuno, di tanto in tanto, la vede tramutarsi da vecchia signora a splendida fanciulla…



GLI ARCHETIPI NELLE FIABE



Gli Archetipi contenuti e raccontati nelle fiabe aiutano a comprendere quelle parti di noi che vogliono essere riconosciute e guarite.

Quando la stessa ferita si ripete nella vita di una persona - e può farlo mostrando diverse facce -  nascono e crescono i lati Ombra dell’Archetipo.

Ricche di viaggi fantastici e magia, eroi e anti eroi, le favole ci permettono di identificare tali lati oscuri, dapprima a livello inconscio - perché questo è il loro contenitore ed è su questo piano che agiscono le fiabe - poi, forse, di guarirli attraverso la guarigione del simbolo. Le fiabe sono dunque preziose a qualunque età, dall’infanzia alla vecchiaia.

Nel libro: «I viaggi di Timoteo» uno degli Archetipi vissuti dal protagonista è quello dell’Orfano.

Se pensiamo alle esperienze che attivano gli aspetti ombra di questo simbolo, comprendiamo che le nostre vite ne sono piene: il bullismo subito da giovani a scuola (e attraverso i social media), gli amori traditi, le truffe economiche e affettive, e via dicendo.
Le ferite generano personaggi oscuri, quali il traditore di sé stesso, cioè colui che non mette a frutto i propri talenti per paura o sfiducia. O il falso cinico, o il vittimista capace di vampirizzare persone e ambiente. Sono solo pochi esempi dei mille volti con i quali si mostra appunto il lato Ombra dell’Orfano.

Morti i suoi genitori, Timoteo resta solo ed è costretto a trasferirsi in un orfanotrofio perché non ha parenti che possano accudirlo.
Qui potrà guarire il tradimento della vita, che gli ha tolto non solo mamma e papà ma anche la sua amata, specialissima casa.
Guarisce attraverso l’amore della tenera istruttrice Angela, la quale a sua volta guarisce se stessa e le sue perdite grazie all’affetto materno che prova per Tim.

Nella vicenda tuttavia, la più significativa espressione simbolica di questo Archetipo è Benvenuto, il piccolo orfano autistico.
Timoteo ingaggia un’epica seppur silenziosa battaglia per arrivare alla coscienza di Ben, e ottiene la vittoria solo grazie alla Fede e all’Amore.
Nel guarire l’altro, Tim non solo guarisce se stesso ma sperimenta la verità di una sua visione, quando gli fu rivelata (in un altro capitolo) la fitta trama che lega tra loro tutti gli esseri viventi. 

Timoteo è l’eroe che riconosce il simbolo e vince l’Archetipo, conquistando così la Libertà e la Conoscenza; e proprio qui, alla fine delle sue avventure, guadagna la rivelazione alla domanda che apriva la fiaba.

IL GIOCO DELLE CINQUE DOMANDE



C’è una fase dell’infanzia durante la quale i bambini fanno domande su domande, a ripetizione, tanto quasi da rimbambire i genitori. Tuttavia mi chiedo se questa modalità nasconda una innata saggezza. 

Conosco un esercizio che, pur nella sua semplicità, dona risultati stupefacenti. E’ infatti capace di portarci fin nel profondo delle nostre più nascoste motivazioni riguardo a come agiamo e a cosa scegliamo di fare o non fare nel corso della vita. Si tratta dell’esercizio delle 5 domande.

Per chiarire scrivo un esempio. Poniamo il caso che si è sviluppata in noi la credenza di non essere bravi a cucinare; come risultato detestiamo cucinare e, dove sia possibile, facciamo di tutto per evitare questa incombenza. Ma cominciamo a chiederci:

«Perché odio cucinare?» Prima risposta: «Perché quando cucino mi sento a disagio.
La seconda domanda sarà quindi: «Perché mi sento a disagio?» Seconda risposta: «Perché provo emozioni negative».
Terza domanda: «Perché provo emozioni negative?» Terza risposta: «Perché ho brutti ricordi legati all’infanzia».
Quarta domanda: »Perché ho brutti ricordi infantili legati al cucinare?» Quarta risposta: «Perché mia madre cucinava spesso piangendo».
Quinta domanda: «Perché la mamma cucinava piangendo?» Quinta risposta: «Perché papà le gridava contro e i due litigavano».

Quindi, come possiamo vedere, da qualcosa che in superficie sembrerebbe solo una mancata attitudine (quella del cucinare), siamo arrivati a dinamiche familiari disfunzionali.

Scavare in questo modo semplice e strutturato, non solo aiuta a comprendere molto di noi stessi, di cosa ci muove, di cosa ci ostacola, ma possiamo anche trovare soluzioni. Soluzioni tanto inaspettate quanto lo sono le cose che saremo riusciti a scoprire.

Possiamo insegnare l’esercizio, costruito in questo modo, ai bambini, persino ai più piccoli; lo prenderanno come un gioco ma ne trarranno grandi vantaggi. In particolare si abitueranno a una rapida ed efficace analisi introspettiva, utilissima a qualunque età.

L'AMORE IN OGNI COSA

 

C’era una volta, tanto tempo fa, una casa triste. Molto triste. Le sue finestre sempre chiuse erano come occhi serrati, e nei giorni di pioggia l’acqua si raccoglieva sui davanzali, per poi scorrere lentamente giù, lungo i muri, come lacrime di un pianto silenzioso. Le persiane rotte, l’intonaco della facciata scrostato qua e là, il cancello arrugginito e l’erba alta fra i sassi del vialetto, le davano un aspetto miserando. E lei si sentiva proprio così: miseranda e abbandonata. I tempi gloriosi di quando era la più bella casa della città, la più elegante e la più celebre, sembravano lontanissimi! L’ultima proprietaria, deceduta ormai da tempo, pare fosse anche l’ultima discendente di una dinastia che si tramandava l’edificio in eredità. Una contessa elegante, raffinata e colta alla quale piaceva circondarsi di artisti, ma non necessariamente: bastava che una persona fosse un po’ bizzarra per piacerle. In fondo anche lei era fuori dall’ordinario.


Amava la gente, gli animali, le piante, e anche i sassi, le conchiglie, i cristalli; ogni cosa, secondo la donna, possedeva uno spirito intelligente. Così su ogni mobile, tavolino, mensola e ripiano c’erano piante e fiori, e da tutte le stanze sbucava qualche animale; ora un cane, ora un gatto, talvolta un procione o un furetto. Svolazzavano liberi e felici persino due pappagalli e un cardellino. Poi non mancava mai qualche ospite, umano naturalmente. Che fosse mattina, pomeriggio o sera, i visitatori andavano e venivano, sempre accolti a braccia aperte dalla squisita padrona di casa. E non era insolito udire le domestiche canticchiare. D’altra parte, come si poteva non essere gioiosi in quell’ambiente colorato, pieno di vita e di bellezza?


Gli arredi erano sontuosi: mobili veneziani del settecento dai delicati colori pastello, tappeti pregiati, quadri e statue di squisita fattura, tendaggi in seta e cuscini di velluto. Una luce meravigliosa attraversava generosamente le grandi finestre, azzurra la mattina, bianca durante il giorno e rosa la sera. Hooo quanto rimpiangeva la sua bella luce il castelletto! E le voci degli ospiti, lo schiamazzo degli animali, le corse dei bambini. Che nostalgia l’aroma della cioccolata calda consumata nel giardino d’inverno tra i limoni e le gardenie, e il profumo del tè da sorseggiare nelle porcellane inglesi all’ombra del pruno nel giardino estivo! Aveva nostalgia di tutto, anche delle cose apparentemente più banali e dei gesti d’ogni giorno. Come il fruscio della carta da lettere, quando la contessa scriveva inviti per le sue leggendarie feste, l’odore dell’inchiostro, il profumo dei libri che la donna leggeva la sera nella sala biblioteca, comoda in poltrona davanti al camino acceso.

A tutti quei bei ricordi il castelletto si struggeva e, anno dopo anno, diventava sempre più triste e malconcio. La speranza di tornare a risplendere come un tempo era morta una sera, quando aveva udito il notaio affermare la mancanza di eredi. Allora cosa gli sarebbe successo? Lo avrebbero forse abbattuto? Che orrore quel pensiero. Tanto orrendo da fargli tremare i muri!


Un pomeriggio di mezza estate il piccolo Matteo ‒ vispo bimbetto di sei anni ‒ era a passeggio con la mamma proprio lungo il viale dove sorgeva l’edificio. «Che bella casa!» esclamò davanti al cancello, mentre puntava i piedi e tirava il braccio della madre perché si fermasse anche lei a guardare quella meraviglia. La donna scorgeva solo un gran vecchiume attraverso la fitta sterpaglia del giardino; era stupita che al bimbo piacesse una tale catapecchia! «Non vedi che cade a pezzi?» rispose. «E’ un rudere!»
Il piccolo insistette: «Ề favoloso questo castello!»
La donna però continuava a non vedere che ruggine, muri scrostati ed erbacce. L’unica cosa bella del luogo, almeno secondo lei, era un glicine rigoglioso, arrampicato sulla facciata principale dell’edificio.

Da quel giorno, e tutti i giorni seguenti, Matteo chiese alla mamma di fare la stessa strada, e ogni volta si fermava rapito a guardare la casa. Bisognava trascinarlo via, o sarebbe rimasto là per ore! 

Quando compì otto anni i genitori gli regalarono una bicicletta e il permesso di andare a scuola da solo. Ora poteva correre dal “suo castello” ogni mattina, e questo era motivo di frequenti ritardi a scuola. Niente poteva farlo desistere, nemmeno i rimproveri della maestra, né le punizioni di mamma e papà. L’edificio sembrava esercitare un’attrazione ipnotica sul bambino, che parlava con lui come a un vecchio amico. Gli aveva anche dato un nome: “Splendore”.
“Non ti preoccupare Splendore” gli diceva. “Quando sarò abbastanza grande da poterti comprare ti aggiusterò tutto!”

“Splendore” era commosso per il singolare affetto del bambino, ma non confidava molto nelle parole di un umano tanto giovane. Tuttavia, con il trascorrere del tempo, Matteo si dimostrò degno di fiducia perché non mancava mai all’appuntamento giornaliero. Fu così che cominciò l’amicizia tra una vecchia casa e un ragazzino.

Splendore ‒ quel nome gli piaceva un sacco ‒ si affezionò al giovane amico e aspettava tutti i giorni il suo arrivo sbirciando la strada con le finestre del piano superiore, che vedevano più lontano. Si preoccupava moltissimo per ogni più piccolo ritardo del bimbo; in fondo era un cucciolo d’uomo in giro da solo per le strade di città, e Splendore non voleva perdere quel grande amico, non voleva nemmeno pensare a una cosa del genere! Aveva cominciato a volergli molto bene e l’affetto che riceveva da lui era una nuova ragione di vita, tanto grande da valere bene qualche angustia! Capì che l’amore ha un prezzo ma, come tutti gli innamorati, era ben felice di pagarlo. Non credeva più di essere una catapecchia abbandonata perché riusciva a vedersi attraverso gli occhi del bambino, che lo guardavano con ammirazione. E quegli occhi non vedevano un cancello arrugginito, ma lance d’ottone e preziosi decori, né sterpi ma piante esotiche. Le sue orecchie non udivano silenzi di abbandono ma le musiche delle antiche feste e le allegre voci degli ospiti. Il suo naso non sentiva odore di muffa ma l’aroma di tè inglese, di cera d’api della lucidatura dei mobili, e forse anche il raffinato profumo francese della contessa. Grazie all’amore di un ragazzo, una vecchia casa riviveva i fasti del passato. La cura e la bellezza assorbita nel tempo dai muri di Splendore gli avevano regalato un’anima. Ora palpitava per un fanciullo che aveva saputo guardalo di nuovo con gli occhi dell’amore, la più grande e misteriosa delle magie.


Mattia desiderava moltissimo entrare nel castello e vedere com’era fatto dentro, chissà quanti segreti nascondeva! Un giorno decise che era venuto il momento di azzardare l’impresa. Quindi, armato di torcia e di coraggio, provò a girare il grande pomello della porta d’ingresso. Niente da fare, era chiuso a chiave. Deluso ma non vinto, fece il giro di tutto l’edificio finché trovò una persiana al pian terreno più sgangherata delle altre. Dopo aver creato un varco schiodando due assicelle, aprì anche il telaio della finestra; a quel punto la maniglia si ruppe, tanto era ormai corrosa dal tempo, e cadde a terra con un gran fracasso. Matteo ebbe paura; per un attimo restò immobile, quasi paralizzato, mentre il rumore ancora rimbombava nel salone. Aveva il cuore in gola e convenne che le sue azioni sembravano quelle di uno scassinatore. Tuttavia il desiderio di entrare era più forte di qualunque timore. Ogni grande impresa richiede coraggio, determinazione e, talvolta, comportamenti fuori dall’ordinario!

Quindi saltò dentro e iniziò a osservare il salone con l’aiuto di una torcia, anche se non era completamente al buio grazie alle fessure delle persiane rotte che lasciavano filtrare un po’ di luce. Ohhh che meraviglia quella stanza! Un enorme camino in marmo rosa troneggiava, alto come un uomo, nella parete centrale. I muri erano tappezzati di grandi quadri dalle cornici dorate; raffiguravano scene campestri, bouquet di fiori o personaggi vestiti alla moda del millecinquecento, dell’ottocento e della Bella Epoque. Lampade di opaline su minuscoli tavoli, o a stelo con cappelli di stoffa, erano disposte ovunque, e Matteo riusciva a immaginare la calda luce che avevano fatto un tempo. Sotto i teli che proteggevano divani e poltrone dalla polvere, ammirò i colori un po’ sbiaditi dei tessuti. E i pavoni della piccola dormeuse accanto a una finestra, le felci sui cuscini rotondi e quadrati, grandi e piccoli, ricchi di nappe e frange di velluto.


Al piano superiore c’era una grande stanza con un letto a baldacchino, arricchito da tendaggi e copriletto in pregiato bisso rosa. Nonostante fossero strappati e ingialliti dal tempo, mostravano ancora i segni dell’antica opulenza. Sulla parete di fronte al letto un quadro a figura intera mostrava una donna bellissima vestita di azzurro, con lunghi capelli neri raccolti. Qualche ricciolo scomposto, lo sguardo fiero e un’espressione che sembrava beffarda, raccontavano di una donna volitiva e ribelle. Matteo non aveva dubbi: era il ritratto della padrona di casa. Finalmente poteva conoscerla, vedere il volto di quella eccezionale creatura, carpire qualcosa di lei, della sua intimità e dei suoi segreti.
In piedi davanti al quadro e con aria solenne, fece un giuramento: «Riporterò questa casa agli antichi splendori! E non temere, non cambierò niente, riparerò tutto fino all’ultimo oggetto, perché è perfetta così come l’hai voluta, e io l’amo quanto l’hai amata tu».

Forse non furono le sue esatte parole, in fondo era un bambino di otto anni, ma il contenuto sì, era questo. Aggiunse, e questa volta le parole erano proprio le sue: «Sono troppo piccolo adesso. Dammi il tempo di crescere e di guadagnare abbastanza denaro per comprare la casa».

Negli anni che seguirono, più ripensava a quel momento più avrebbe giurato che sul volto della donna fosse apparso un sorriso. Il tempo trascorse con apparente lentezza, perché quando si cresce sembra camminare piano come un vecchio che ha l’artrite, e quando si è vecchi con l’artrite sembra correre come un giovanotto! Matteo intanto andava maturando il desiderio di studiare architettura. E così fece quando arrivò il momento di iscriversi all’università. Aveva fretta, temeva che la casa sarebbe stata venduta prima che avesse il tempo di diventare adulto e guadagnare i soldi necessari a comprarla. Ma possedeva anche una sorta di fiducia, di certezza che quel luogo fosse destinato a lui.

Durante gli anni non mancarono certo i possibili acquirenti, gente interessata spesso più al terreno che alla vecchia dimora. La maggior parte degli eventuali nuovi proprietari l’avrebbe dunque demolita. Tuttavia, ogni volta la vendita sfumava. Il primo a farsi avanti fu un costruttore che voleva trasformare il castello in un centro commerciale. Proprio durante il suo primo sopralluogo un tubo si ruppe e diffuse nell’aria un odore nauseabondo. L’uomo abbandonò la trattativa al pensiero delle tubature marce e della puzza che, se non se ne fosse mai andata, avrebbe fatto scappare i suoi clienti. Stranamente l’odore scomparve non appena il costruttore decise di rinunciare, e il tubo non perse acqua mai più.

Poche settimane dopo si presentò una donna con il marito al seguito; lei alta, secca e arcigna, lui un ometto piccolo e grasso che non parlava mai e che sembrava il suo barboncino. Durante la visita tra i piani e le stanze la donna non aveva fatto altro che parlare di muri da abbattere e “ciarpame” da vendere ai rigattieri. Mentre era sul punto di firmare il contratto, con la penna in mano e il gomito alzato, un urlo agghiacciante echeggiò tra i corridoi, seguito da frastuono di catene. Alla donna si rizzarono i capelli in testa e, sicura che si trattasse di un fantasma anche se era pieno giorno, scappò via trascinandosi dietro il marito. Senza firmare l’atto di acquisto, naturalmente!

Uno dopo l’altro, i candidati rinunciarono. Chi per i rumori inquietanti, chi per qualche danno improvviso, chi per accidenti che avevano persino messo in pericolo la loro incolumità, come quella volta che un grosso pezzo d’intonaco crollò sulla testa di un vecchio dottore. Pian piano si diffuse la voce che la casa fosse stregata.


Non tutti però credono a queste cose e un giorno, un ardito e paffuto commerciante vide nell’acquisto del castello un buon affare. Niente sembrava intimorirlo o farlo desistere, sembrava non avesse paura di niente. Scoppiarono altre tubature, ci fu un’invasione di orribili ragni che uscivano dai lavandini, la puzza lo seguiva come una fetida ombra e le urla e i lamenti avrebbero fatto accapponare la pelle a un morto! Ma il rubicondo commerciante restava impassibile. E comprò la casa.

Quando Matteo lo venne a sapere fu colto dalla disperazione! Non ce l’aveva fatta, la casa ora apparteneva a qualcun altro e il suo sogno era infranto. Anche se ormai adulto, il giorno che ricevette la notizia pianse. Stava diventando un valente architetto a un solo anno dalla laurea, ma non aveva ancora accumulato denaro per comperare nemmeno una rimessa, figuriamoci un castello e il suo terreno!

Nel frattempo il commerciante, uomo assolutamente pratico, un vero affarista come aveva dimostrato, stava per disfarsi dei mobili, e i suoi operai erano pronti a trasformare tutta la casa ‒ orrore ‒ in un’abitazione moderna. Si avvaleva, per lo scempio, di un sedicente geometra e di progetti personali che riflettevano i suoi pessimi gusti.

Dopo giorni di tormento Matteo vinse il dolore di assistere alla fine dell’amato “Splendore”, e andò a curiosare. Quel pomeriggio gli operai erano già al lavoro e ammassavano mobili e oggetti pronti a finire nelle mani di rigattieri, antiquari e rottamai. Riuscì a salire al piano superiore non visto, ed entrò nella stanza della Signora. Il quadro era ancora lì, e come il bambino di allora, guardando in volto la donna dipinta, le parlò: «So che hai provato ad aspettarmi, con tutte le tue forze. E io ti ho delusa. Ma ho fatto del mio meglio, mi sono laureato mesi prima del tempo e ho trovato subito lavoro. Forse non è tutto perduto, io ho fede in te e in questa casa che sognavi immortale».
Ancora una volta a Matteo parve di vedere un sorriso tra le pennellate rosa che disegnavano la bocca della donna.

Quella sera stessa il grassottello commerciante andò a fare un sopralluogo, e stava parlando agli operai quando si vide correre incontro una figura nera che scivolava sul pavimento. A pochi passi da lui la spaventosa creatura lanciò l’urlo più terrificante che udito umano abbia mai avuto la sventura di sentire, e a quel punto l’uomo la vide in volto. Come in un film dell’orrore gli apparvero le fattezze di un mostro, con occhi di fuoco e denti aguzzi che sembravano pronti a divorarlo. Se mai aveva dubitato sull’esistenza dei fantasmi, da quel giorno dovette ricredersi. Lo spavento fu tale che i suoi capelli diventarono bianchi all’istante, mentre gli operai, che non avevano invece visto niente, si chiesero se fosse impazzito perché scappava più veloce di un fulmine invocando l’aiuto della mamma!

Naturalmente il pover’uomo non volle mai più mettere piede in quello che ormai considerava l’antro dell’inferno, e provò a disfarsi della casa. Tuttavia, la voce che fosse abitata da fantasmi pericolosi ormai si era diffusa ben oltre i confini della città, e nessuno ebbe il coraggio di comprarla. Proprio per il suo animo di commerciante, l’uomo si disperava: il pensiero del pessimo investimento lo uccideva più delle sigarette che aveva ricominciato a fumare dopo lo spavento. Era disposto a svendere l’immobile pur di recuperare un po’ di soldi.

La casa rimase invenduta per altri due anni, fino a quando Matteo, con una cifra modesta, si fece avanti. “Cos’ho da perdere? Alla peggio mi dirà di no” diceva tra sé mentre andava all’appuntamento con il commerciante ‒ quel giorno ‒ per proporgli l’acquisto, consapevole di non offrire molto. Fu sorpreso dal calore con il quale lo accolse l’uomo, che voleva disfarsi al più presto del castello, il peggior affare della sua vita. Quindi accettò la somma che Matteo poteva offrirgli e anzi, gli chiese di firmare subito il contratto per paura che il giovane cambiasse idea. Non poteva conoscere la vera storia di un bambino, di una casa e di una donna che si erano incontrati oltre il tempo e la morte.

Matteo era finalmente il proprietario di “Splendore” e davvero quasi al prezzo di una rimessa. Negli anni successivi diventò un architetto di fama e guadagnò finalmente abbastanza denaro per cominciare i lavori di ristrutturazione. Fece riparare ogni singolo oggetto. Trovò orologiai pazienti che rimisero in funzione gli orologi, sarte provette che ricucirono tendaggi e cuscini, drappi e merletti. I tappezzieri ridiedero vita ai divani e alle poltrone, i muratori più esperti rimisero a nuovo muri e infissi, e Matteo si occupò personalmente di trovare, in giro per mezzo mondo, pezzi originali mancanti uguali a quelli che il tempo aveva distrutto, come le maniglie di porte e finestre. Trovò persino un’officina di stampa artigianale dove commissionò la produzione di carta da parati uguale a quella che decorava i muri, portando come campione qualche brandello rimasto qua e là. A restauratori esperi fu affidato il compito di recuperare i dipinti, a maestri ebanisti i mobili. Lavorarono tutti con insolito fervore: Matteo li aveva contagiati con il suo entusiasmo e aveva raccontato la sua storia, che in fondo era una grande storia d’amore. Ci vollero otto anni e tanti soldi, ma alla fine Splendore tornò alla sua antica bellezza.


Matteo decise di inaugurare la casa in pompa magna e organizzò una festa sontuosa. A nessun invitato sfuggì la sensazione di trovarsi in un luogo magico, che sapeva colmare i cuori di gioia.

Dopo anni felici nel suo palazzo, un mattino di primavera il proprietario vide una giovane ferma davanti al cancello. Era scesa dalla bicicletta e guardava la casa con la bocca spalancata, in completo rapimento. Matteo la osservò a lungo dalla veranda, dove stava consumando il suo tè nelle porcellani inglesi. Riconobbe la stessa meraviglia, la medesima attrazione provata da bambino la prima volta che aveva visto Splendore. Non seppe resistere, si affacciò e invitò la ragazza a entrare. Quando la guardò da vicino ebbe quasi un colpo: somigliava in modo impressionante alla donna del dipinto, la vecchia padrona di casa! Non volle spaventarla rivelando una cosa tanto sconvolgente, quindi offrì una visita guidata ma evitò la camera da letto dove ancora troneggiava il quadro della contessa.


Maria, così si chiamava la ragazza, amò Splendore fin dal primo istante, proprio come accadde a lui, e quasi sembrava riconoscere ogni stanza, ogni angolo e oggetto. Prendeva tra le mani le statuine di Limoges, accarezzava le lampade e sfiorava i tessuti delle poltrone come presa da lontanissimi, nostalgici ricordi. Matteo non si chiese il motivo della straordinaria somiglianza tra Maria e la contessa, né perché alla donna fosse così familiare il palazzo. Amò Maria dal primo giorno, certo che fosse la compagna destinata a lui.


Non si chiese mai nemmeno se le case e gli oggetti abbiano un’anima, miracolosamente generata in loro dall’amore degli uomini. Aveva compreso, o lo sapeva da sempre nell’intimità del suo cuore, che la vita è in ogni atomo, quindi in ogni cosa esistente. Forse addirittura nel pensiero di ogni cosa, prima che sia creata.

I DONI DI BABBO NATALE




C’era una volta una bambina che aveva paura del suo armadio. Ogni sera, prima di scivolare nel sonno, teneva d’occhio la porta del guardaroba con le coperte tirate su fino al naso. Temeva che prima o poi ne sarebbe uscito un mostro, e addormentarsi con tali pensieri non è salutare: infatti faceva spessi brutti sogni. A niente servivano le rassicurazioni di mamma e papà: anche se Ornella era molto coraggiosa, quello stanzino proprio la terrorizzava!



La notte prima della vigilia di Natale, mentre fissava l’armadio come di consueto, una strana luce cominciò a filtrare da sotto la porta. Cosa stava succedendo? Forse il tanto temuto mostro era pronto a rivelarsi in tutta la sua bruttezza? Sarebbe balzato fuori e l'avrebbe pappata in un boccone? Ornella aveva la pelle d’oca e la lingua paralizzata, tanto da non poter nemmeno gridare. Tuttavia, dopo lunghi minuti di terrore, la curiosità ebbe la meglio sulla paura e decise di scendere dal letto per dare un’occhiata dentro lo stanzino.



Fece un lungo respiro, afferrò il pomello e… meraviglia! La porta si spalancò davanti a un tunnel, un lungo buco scavato nel muro, e in lontananza si vedeva il bagliore della misteriosa luce. Anche se il suo cuore batteva forte e le sue gambe erano diventate molli come gelatina, Ornella s’incamminò dentro lo stretto passaggio, alto giusto quanto lei.


Il tunnel finiva in una grande stanza illuminata da luci rosso rubino, verde smeraldo e oro. Quando gli occhi della bimba si abituarono all’accecante bagliore, videro lo spettacolo più stupefacente che si possa immaginare: migliaia di giocattoli erano stipati sopra a un numero infinito di mensole, e a terra, e in ogni angolo, tra pile di carta colorata e fiocchi.
Un vecchio   che la bambina vedeva di spalle  era seduto a un grande tavolo e stava scrivendo. Vestiva di rosso e i suoi capelli sembravano fatti di soffice neve bianca.


«Accomodati Ornella» disse il vecchio sempre di spalle.
«Oibò, come conosce il mio nome se nemmeno si è girato a guardarmi?» pensò la ragazzina al colmo dello stupore. Poi l’uomo si voltò e nel suo viso paffuto, nella lunga barba candida e nel sorriso inconfondibile, lo riconobbe: era nientepopodimeno che Babbo Natale!

«Sei venuta a chiedermi il tuo regalo?» continuò il magico vegliardo.
“Ma io… io… » balbettava Ornella ancora incredula.
«Coraggio, dimmi cosa desideri trovare domani sera, sotto l’albero».
Finalmente la bimba ricominciò ad avere pensieri sensati (tanta meraviglia aveva un po’ confuso le sue idee) e rispose: «Vorrei una di quelle bambole che sembrano veri neonati ma costano troppo e i miei genitori sono poveri. Io ho risparmiato tutti i soldini ricevuti dai nonni, e le paghette, e persino i soldi della merenda, ma non saranno mai abbastanza!»



«Mia cara» rispose Babbo Natale con voce paziente. «Non sono certo i soldi a farti ottenere ciò che vuoi, bensì è il vero desiderio! Quello del cuore, unito alla capacità di immaginare la cosa desiderata e alla forte, incrollabile fede che prima o poi la otterrai».
Ornella ascoltava ma non era affatto sicura di capire cosa le stesse dicendo il vecchio.
«C'è un’ultima cosa» proseguì l’uomo. «Devi compiere un’azione, non puoi startene con le mani in mano aspettando che il tuo desiderio cada dal cielo. Insomma devi darti da fare!»

Dopo le ultime parole di Babbo Natale la bimba ebbe un sussulto, e mentre apriva gli occhi si accorse che era mattina e lei trovava nel suo letto. «E' stato solo un sogno» pensò a quel punto. La porta adesso era chiusa ma decise di controllare, quindi saltò fuori dalle coperte e corse ad aprire l’armadio: nessun tunnel, nessuna luce, era il solito di sempre, con dentro i soliti vestiti e le solite scatole.

Quel mattino, mentre faceva colazione, chiese alla mamma di accendere il computer e di poter guardare   ancora una volta   le immagini dei bambolotti che tanto amava, almeno per sognare un po’ visto che non poteva comprarli. Trascorse il resto della giornata a immaginare di cullarne uno, e le sembrava tutto reale mentre con la fantasia gli dava il biberon e gli cambiava il pannolino. Un sogno a occhi aperti che conosceva bene perché lo aveva ripetuto infinite volte.


Venne sera, la sera della vigilia. Un grosso pino natalizio svettava nella sala da pranzo, tutto luccicante di palline dorate, e ai piedi dell’albero c’erano tanti pacchi e pacchetti d’ogni forma e colore. Ornella si chiedeva quale fosse il suo, e non vedeva l’ora che arrivasse mezzanotte, l’ora nella quale tutti avrebbero finalmente potuto aprire i regali.
I parenti stavano arrivando perché nella sua famiglia c’era la bella tradizione di cenare tutti insieme ogni anno alla vigilia del Natale. Per ultima arrivò trafelata un’anziana, ricca zia che abitava lontano, e che poteva riunirsi ai suoi cari solo durante le feste. Teneva sotto braccio una grossa scatola rosa, e appena entrata in casa la sistemò sotto l’albero insieme agli altri pacchi.



Allo scoccare della mezzanotte ci fu un’allegra ressa intorno all’alberello, ciascuno a cercare il proprio dono come in una caccia al tesoro. Ornella era divertita perché i suoi parenti sembravano diventati bambini curiosi e pieni di gioia, ed era questa la cosa più bella e magica del Natale. Quindi anche lei cercò il suo, e lo aprì: conteneva un grande libro di fiabe con tante bellissime immagini colorate, proprio un magnifico regalo!

Ormai tutti i familiari avevano aperto i loro doni, tra ringraziamenti, gridolini e abbracci: chi una sciarpa, chi un orologio, chi un libro chi un oggetto per la casa. Ma restava ancora un pacco: quello rosa con il fiocco bianco.
«Coraggio Ornella, è tuo, aprilo!» esclamò la zia che viveva lontano.

La bimba si avvicinò di nuovo all’albero e con le mani tremolanti strappò la bella carta rosa. Dentro la scatola, avvolto in una copertina di morbida lana azzurra, c’era un bambolotto, proprio uno di quelli troppo costosi che tanto a lungo aveva desiderato. Non poteva credere ai suoi occhi, e anche la mamma di Ornella era stupita!
«Come hai fatto a sapere che mia figlia desiderava una di queste bambole?» Chiese alla zia.
«Non ci crederai ma me lo ha suggerito in sogno Babbo Natale!» rispose l’anziana parente.


La bambina era al settimo cielo dalla gioia e capì che aveva fatto tutte le cose necessarie affinché il suo desiderio si avverasse: lo aveva desiderato con tutto il cuore, immaginato con tutta la forza della sua fantasia, ed era rimasta fiduciosa che un giorno, non importa quando, avrebbe realizzato quel sogno. Infine aveva fatto qualcosa di concreto, come per esempio risparmiare soldi, o dedicarsi alla ricerca di quelle bambole tanto amate per capire come facevano gli artisti a costruirle, di cosa erano fatte e via dicendo. Capì insomma che Babbo Natale raccoglie le informazioni sui desideri degli uomini solo in questo modo, e lo aveva detto lui in persona! E scoprì che il magico vecchio non scende soltanto dal camino: è un mago, quindi può attraversare tunnel fatati dietro gli armadi e persino servirsi di qualcuno, come aveva fatto con la vecchia zia, magari quando è troppo occupato per muoversi di persona!

 Forse a volte i desideri impiegano tanto tempo ad avverarsi, forse certe volte sono più rapidi, e forse qualcuno, chissà perché, proprio non si realizza, però accipicchia, che bel viaggio, che magica avventura è darsi da fare perché diventino realtà!